L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. Le
sacrosante parole dell’articolo uno di una Costituzione che paradossalmente
risveglia moti patriottici e sopiti istinti nazionalistici. E siccome
l’avveniristica teoria del vecchio Montesquieu sulla separazione dei poteri è
costantemente ribadita e strenuamente difesa, risulta piuttosto singolare
notare come il quarto potere risulti non solo imbavagliato, ma anche oppresso e
sfruttato. Altro che Terzo Stato. La vitale necessità dell’informazione, che
per una nazione è linfa vitale, sembra valere meno di tre euro a chi le notizie
le cerca, le indaga e le racconta. Il lavoro del giornalista diviene
collaborazione a titolo gratuito in un’Italia in crisi totale in cui anche
nobili ideali di libertà di espressione e meritocrazia per una professione
tanto complessa sono in recessione. E mentre ci si indigna con una società
indifferente,si rivendicano a gran voce diritti negati, il titolo di giornalista
diviene sinonimo di precario frustrato. I problemi sono molteplici, a partire
dal convulso accesso alla professione per “terminare” con l’agognante ricerca
di un’opportunità di lavoro che non sia sfruttamento schiavista da far
rabbrividire i sudisti del ‘700. Il mondo mediatico che sforna a ritmi impressionanti
notizie e bufale, rincorre affannosamente la modernità lasciando nell’incuria
totale una classe di lavoratori che crede innanzitutto nel potere della
notizia. In una manifestazione in cui
giovani speranzosi incassano il duro colpo di aver scelto una strada complessa,
in cui si scontrano ingenui sogni di ventenni e le acri parole dell’esperienza,
la summa morale sembra essere un invito alla più strenua determinazione. E
poiché qualcuno ha detto che fare il giornalista è sempre meglio che lavorare,
mi delego la licenza poetica (con tutto l’ossequio per la veneranda
costituzione) di dire che “La Repubblica Italiana è fondata sul lavoro, chi ne
racconta le storie svolge un lavoro.”
Una sopravvissuta al Festival del Giornalismo Giovane

