domenica 23 settembre 2012

Nazione e informazione




L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. Le sacrosante parole dell’articolo uno di una Costituzione che paradossalmente risveglia moti patriottici e sopiti istinti nazionalistici. E siccome l’avveniristica teoria del vecchio Montesquieu sulla separazione dei poteri è costantemente ribadita e strenuamente difesa, risulta piuttosto singolare notare come il quarto potere risulti non solo imbavagliato, ma anche oppresso e sfruttato. Altro che Terzo Stato. La vitale necessità dell’informazione, che per una nazione è linfa vitale, sembra valere meno di tre euro a chi le notizie le cerca, le indaga e le racconta. Il lavoro del giornalista diviene collaborazione a titolo gratuito in un’Italia in crisi totale in cui anche nobili ideali di libertà di espressione e meritocrazia per una professione tanto complessa sono in recessione. E mentre ci si indigna con una società indifferente,si rivendicano a gran voce diritti negati, il titolo di giornalista diviene sinonimo di precario frustrato. I problemi sono molteplici, a partire dal convulso accesso alla professione per “terminare” con l’agognante ricerca di un’opportunità di lavoro che non sia sfruttamento schiavista da far rabbrividire i sudisti del ‘700. Il mondo mediatico che sforna a ritmi impressionanti notizie e bufale, rincorre affannosamente la modernità lasciando nell’incuria totale una classe di lavoratori che crede innanzitutto nel potere della notizia.  In una manifestazione in cui giovani speranzosi incassano il duro colpo di aver scelto una strada complessa, in cui si scontrano ingenui sogni di ventenni e le acri parole dell’esperienza, la summa morale sembra essere un invito alla più strenua determinazione. E poiché qualcuno ha detto che fare il giornalista è sempre meglio che lavorare, mi delego la licenza poetica (con tutto l’ossequio per la veneranda costituzione) di dire che “La Repubblica Italiana è fondata sul lavoro, chi ne racconta le storie svolge un lavoro.” 

Una sopravvissuta al Festival del Giornalismo Giovane

mercoledì 12 settembre 2012

Amore e caffè



In una calda mattinata delle vacanze estive mi ritrovai a pensare alle relazioni.A quelle storie d’amore infinite che sembrano perfette e che nascondono scheletri nell'armadio. A quelle storie che non riescono a trovare una degna fine e tornano sempre a riscrivere gli stessi capitoli, chissà se per troppo amore o stanca abitudine. Ripensai alle storie consumate sotto la luna e trascinate notte dopo notte per anni interi; a quegli amori impossibili che sfidano ogni logica e realtà e mi resi improvvisamente conto che c’era una spiegazione all'assurda catena che lega amore e dolore. Il vero amore dura il tempo di uno sguardo. L’attimo in cui due paia di occhi si cercano e si dicono qualcosa. Tutto il resto è solo speranza disattesa,illusione, passione e incomprensione. Allora perché non ci accontentiamo degli sguardi, così sinceri e diretti? Perché cerchiamo sempre parole che possono essere bugiarde, mani che possono essere egoiste, momenti che, si sa, andranno presto via? La verità è che per quanto possa essere vero uno sguardo non riempie che un secondo, il pensiero o il ricordo di un amore invece colma intere giornate. L’amore è come il caffè: si sa che quello amaro è più autentico, ma lo zuccheriamo a volontà finché non è di nostro gradimento. E una volta finito, c’è chi con il cucchiaino raccoglie lo zucchero sul fondo! 


Non scrivevo da un po’ e confesso che avere un foglio bianco dinanzi agli occhi fa paura. Fa paura come tutto ciò che ancora non conosciamo,che è vuoto ed attende di essere colmato. In fondo è l’ignoto che genera ansia, l’attimo prima che accada qualcosa, l’istante che precede una decisione. Dopo quell'attimo, è tutto stabilito e scontiamo le conseguenze di un briciolo di coraggio o di un mare di viltà. E’ un punto oscuro. Alla base di ogni aspetto della vita esiste un punto oscuro; l’estrema incertezza dell’azione, il terrore cieco di una scelta, la paura di vivere l’amore. L’instabilità  sembra sfidarci continuamente, e ci affanniamo per trovare un posto che crediamo stabile, un ruolo che vogliamo fisso, illudendoci che possa esserci qualcosa di fermo in una realtà che ruota ogni giorno. L’unica sicurezza che ostentiamo orgogliosi è il nostro ego, i difetti divengono bandiera e il carattere uno scudo di difesa. Ma per quanto si costruiscano solide dimore ed efficaci messe in scena, il bisogno di certezze ci ossessiona fino a soffocarci. Il tempo,foriero di buoni consigli, mi ha insegnato a credere alle boccate d’aria fresca, alle ventate gelide e al tremendo scirocco piuttosto che all'aria stantia di abitudini e remore. Ho imparato che la dignità non va mai dimenticata, e che l’orgoglio è solo una scusante per la villania; che l’insicurezza è l’impalcatura del coraggio e non ha senso celarla. Ho imparato che per conoscere davvero una persona bisogna per un attimo dimenticarsi di sé , che tanto ci si sopporta per una vita intera. Ho capito che una nuova era è l’occasione per rivoluzionare tutto e rimanere fedele a tutto. Ho capito come un foglio bianco può in un attimo riempirsi di deliranti parole e che il silenzio può non essere assordante se ci si parla su. . .